Invano, in vano, nel vuoto.
Agire. Parlare. Tentare. Amare. Invano.
Quante volte un nostro gesto, un nostro dono, una parte di noi, finisce nel vuoto, mentre noi la guardiamo precipitare, impotenti. Mi hanno detto di non lasciare il cuore ovunque, di non donarmi troppo, mi dicono “ama te stessa prima di tutto”, ma ecco, proprio questo mi sembra vano. Vuoto. Se stringo il mio amore tra le mani, accartocciato su sé stesso, chiuso a chiave in una gabbia rigida di paura, cosa ho realmente ottenuto? L’ho perso se l’ho lanciato nel vuoto, sperando che cadesse su chi l’avrebbe saputo cogliere, o l’ho perso se la paura mi ha impedito di lasciarlo andare? E se non l’ho mai donato, è mai realmente stato mio? È mai realmente esistito?
La vita è un susseguirsi di azioni vane, parole vane. La vita stessa è vana, perché mai dovremmo esistere qui e ora? Esistiamo invano. Cosa riempie questo vuoto? Cosa ci salva da questa immensa vanità?
E lo percepiamo questo vuoto, rumoroso, ingombrante, pressante, che ci risucchia dentro noi stessi, e noi vibranti di desiderio e necessità vaghiamo alla disperata ricerca di qualcosa, qualcuno, che ci salvi dal nulla, che ci salvi da noi stessi, che ci salvi dalla vita. Invano.
Una visione catastrofista, o forse solo realista. Fa paura il vuoto, fa venire le vertigini.
Ho deciso di guardarci dentro, di provare le vertigini fino a togliermi il fiato, di addentrarmici fino a tastarne i confini. Poi ho capito. Ho capito che il vuoto non si può riempire, che il vuoto c’è e rimane e ho avuto paura. Mi sono alzata, ho mosso qualche passo con la testa che girava e sono uscita a guardare la Luna. Un sottile spicchio di Luna, non la Luna piena. Mi piace di più quando è incompleta, è più simile a me.
La Luna viene sempre riempita di poesia, di speranza. Lei stessa orbita nel vuoto. L’esistenza dell’immenso vuoto che ci circonda permette alla Luna, alla Terra, al Sole di esistere, di coesistere, di ruotare perennemente gli uni intorno agli altri, in un equilibrio disarmante. Il vuoto è necessario. Il vuoto che ho tra un braccio e l’altro mi permette di accogliere il corpo di un amico, di un parente, di un estraneo. Il vuoto che ho tra un dito e l’altro mi permette di stringere la mano a chi ne ha bisogno. I vuoti tra la corda di una chitarra e l’altra si incastrano bene con i vuoti tra le mie dita, che insieme costruiscono una melodia in grado di riempire l’aria, i polmoni, il cuore, in grado di riempire gli occhi di lacrime.
Non possiamo riempire il nostro vuoto. Possiamo tentare di riempirlo di oggetti, di persone, che lottiamo per conquistare e per tenere. Invano. Quello che possiamo fare è mostrare i nostri vuoti senza paura, senza nasconderli. Forse saremo abbastanza fortunati da trovare qualcuno che vi si incastri alla perfezione. Forse i miei vuoti ricalcano la forma di qualcuno, forse di più di uno, forse di nessuno. Forse i miei vuoti sono condannati a vagare per sempre alla ricerca di qualcosa che vi si sovrapponga come se fosse sempre stato destinato a combaciarvi, forse continuerò a cercarlo invano.
Cosa si fa con qualcosa di inutile? Cosa dovremmo farne di questa nostra vana esistenza?
Io dico che dobbiamo esplorarla, viverla, goderla, riempirla non di oggetti, ma di emozioni, di sensazioni, di esperienze, di luce. Dico di lanciare tutto quello che abbiamo nel vuoto e vedere se vola, se atterra da qualche parte, se combacia con qualcuno, se si scontra con un sorriso. Dico di non tenere nulla per noi, ma di lasciarlo libero di essere. Dico che dovremmo venirci incontro, tendere una mano per tastare i nostri vuoti e dirci: ecco, ti avverto, mi fai stare bene, non esisti invano. Ecco, vedi? Ecco il mio vuoto, ha la stessa forma del tuo.
Se riuscirò, con la mia stessa esistenza, a far sentire meno soli i vuoti di qualcuno, allora non avrò vissuto invano. E se riuscirò a provare che l’amore esiste solo nel momento in cui viene donato, allora non avrò amato invano.